Torniamo a occuparci di sicurezza delle acque. È un tema che, soprattutto dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 102/2025, è diventato sempre più centrale per le aziende. Un tema che si integra con gli obblighi generali di tutela della salute. Oggi la qualità dell’acqua utilizzata in un’azienda, è una responsabilità che non ricade più solamente sul gestore del servizio idrico pubblico. La responsabilità rientra oggi tra le competenze del datore di lavoro, con obblighi precisi, scadenze definite e sanzioni concrete per chi non si adegua. C’è stato un cambiamento di approccio significativo dal quale partire: l'acqua utilizzata in azienda non è più solo una risorsa fornita da terzi, ma una componente della sicurezza aziendale per i clienti e per i lavoratori. Per questo il datore di lavoro deve sapere come gestirla correttamente.
Cosa prevede la nuova normativa sulle acque potabili
Il D.Lgs. 18/2023 ha recepito la Direttiva europea 2020/2184, abrogando il precedente D.Lgs. 31/2001. Il principio fondamentale del nuovo impianto normativo è il passaggio da un approccio reattivo (intervenire quando si rileva una non conformità) a uno preventivo (basato sull'analisi del rischio). Non ci si aspetta più che qualcosa vada storto per intervenire, ma si valuta a monte il rischio e si gestisce in modo continuativo.
Il decreto estende questa logica lungo tutta la filiera idrica, dalla raccolta fino alla distribuzione nei punti d'uso. E qui sta la novità più rilevante per le aziende. La responsabilità del gestore del servizio idrico pubblico si ferma al punto di consegna, cioè al contatore. Tutto ciò che avviene dopo (tubazioni interne, rubinetti, serbatoi, distributori, eccetera) ricade sotto la responsabilità di chi gestisce l'impianto interno.
Il D.Lgs. 102/2025, entrato in vigore il 19 luglio 2025, integra e corregge il decreto del 2023, introducendo parametri più severi, nuovi obblighi di autocontrollo e rafforzando le responsabilità dei gestori interni, in particolare sul fronte della Legionella e dei contaminanti emergenti come i PFAS.
Chi è il GIDI
Una delle novità normative (e non solo) per le analisi delle acque riguarda il Gestore della Distribuzione Idrica Interna (GIDI). Si tratta del soggetto responsabile del sistema idro-potabile interno a un edificio. I controlli devono considerare i punti effettivi di utilizzo dell’acqua, che sono quelli che determinano l’esposizione reale dei lavoratori/consumatori. La norma è da questo punto di vista molto chiara. È il proprietario, il titolare, l'amministratore, il direttore o qualsiasi altro soggetto responsabile (anche se delegato o appaltato) il responsabile del sistema idrico interno.
In ambito aziendale, questa figura coincide nella quasi totalità dei casi con il datore di lavoro. Fanno eccezione solo situazioni particolari, come contratti di full renting o servizi di facility management in cui la gestione dell'impianto idrico è per contratto affidata a terzi. Tra i compiti del GIDI c’è quello di garantire che l'acqua utilizzata rispetti i parametri microbiologici e chimici previsti dalla norma, dal punto di consegna fino all’erogazione. Non è più sufficiente sapere che l'acqua che arriva in azienda è potabile secondo i controlli dell'ente distributore, perché quella certificazione vale solo fino al contatore.
Gli obblighi per le aziende
La normativa individua alcune strutture prioritarie, tra cui strutture di cura e riabilitazione, strutture ricettive, ristorazione, RSA, scuole con palestre, aeroporti, piscine, per le quali gli obblighi sono più stringenti e prevedono, la redazione di un Piano di Valutazione e Gestione del Rischio dei sistemi idrici interni.
In base a quanto emerge dalla valutazione del rischio, correlato all’utilizzo, al tipo di impianto ecc., bisognerà effettuare specifiche analisi sull’acqua.
In caso di non conformità riconducibili alla rete interna, il datore di lavoro deve adottare le misure correttive richieste dall'autorità sanitaria e informare i lavoratori in merito alla qualità dell'acqua messa a loro disposizione.
Il Piano di Sicurezza dell'Acqua (PSA): cos'è e quando è obbligatorio
Tra gli strumenti introdotti dalla nuova normativa c’è il Piano di Sicurezza dell'Acqua (PSA). Sviluppato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è obbligatorio in Italia dal 2017 per i gestori di acquedotti di grandi dimensioni. Con il D.Lgs. 18/2023 e il successivo 102/2025, l'approccio si estende anche alle reti interne degli edifici. Il PSA include:
- mappatura dell'impianto idrico interno
- identificazione dei punti critici
- valutazione dei rischi chimici e microbiologici
- definizione di misure preventive e correttive proporzionate al rischio rilevato
Deve essere aggiornato periodicamente e dovrà anche essere reso disponibile alle autorità sanitarie tramite il sistema AnTeA (Anagrafe Territoriale dinamica delle Acque potabili) entro il 12 gennaio 2029 per le strutture prioritarie.
Va quindi posta l’attenzione sulla logica di questo piano di sicurezza, ovvero il valutare il rischio a monte così da prevenire un problema, invece che reagirvi quando si è già manifestato. Questo approccio rappresenta il modello di riferimento verso cui tutte le aziende dovrebbero orientarsi. Un datore di lavoro che si muove in anticipo è un professionista che non solo tutela maggiormente la sua azienda, il suo lavoro e i suoi collaboratori, dipendenti e clienti, ma anche che dimostra in sede di ispezione un approccio proattivo alla gestione del rischio idrico.
Come si svolge concretamente un'analisi delle acque potabili in azienda
Per il datore di lavoro è fondamentale capire cosa comporta un'analisi dell'acqua. Parliamo di un’attività che la legge richiede espressamente che venga eseguita da laboratori accreditati ACCREDIA, con un protocollo specifico. Tra i parametri microbiologici principali che vengono analizzati ci sono:
- Escherichia coli ed enterococchi intestinali
- Legionella (obbligatoria nei punti a rischio come docce, rubinetti, impianti di climatizzazione)
- conta delle colonie batteriche totali a 22°C e 37°C
I principali parametri chimici includono:
- piombo
- PFAS
- TFA
- nitrati
- trialometani
- rame
- altri parametri previsti dall'Allegato I del D.Lgs. 18/2023
Grande importanza va rivolta anche alla raccolta del campione che deve essere rappresentativo della rete interna (non basta un solo rubinetto centrale, ma anche i punti più periferici e quelli meno utilizzati). I contenitori devono essere ovviamente sterili e forniti dal laboratorio e tutto (data, ora, punto di prelievo, operatore, condizioni di trasporto) deve essere documentato.
Il risultato del laboratorio con le analisi delle acque va letto confrontando ogni valore con i limiti di legge previsti dall'Allegato I del D.Lgs. 18/2023. In caso di superamento dei limiti bisogna adottare opportune azioni correttive come previste nel documento di valutazione del rischi, ed eseguire un'analisi di verifica dopo l'intervento per confermare il ripristino della conformità
Sanzioni e strategie operative
L'inosservanza degli obblighi previsti dalla norma non si traduce più in una semplice contestazione formale, ma comporta conseguenze concrete e proporzionate alla gravità dell'inadempimento.
Per l'inosservanza dei provvedimenti imposti dalle autorità competenti finalizzati a ripristinare la qualità delle acque sono previste sanzioni amministrative da 4.000 a 24.000 euro. Nei casi più gravi, in cui il mancato rispetto degli obblighi metta a rischio la salute pubblica, le autorità possono disporre la sospensione delle attività dell'impianto. Per il datore di lavoro che riveste il ruolo di GIDI, l'inadempimento può portare anche a una responsabilità diretta di natura penale.
Vale la pena ricordare che la legge distingue tra chi non ha fatto i controlli e chi li ha fatti ma non ha poi adottato le misure correttive. In entrambi i casi ci sono conseguenze, ma la dimostrazione di un approccio attivo e documentato alla gestione del rischio idrico rappresenta una tutela concreta quando è in corso un’ispezione.
Anche per questo la strategia operativa migliore per ogni datore di lavoro è quello di occuparsi (per non preoccuparsi) della gestione delle acque all’interno della propria azienda. Per farlo è necessario avere un partner che supporti l’impresa nella valutazione della propria situazione, nell'identificazione degli obblighi da applicare e nella predisposizione di tutta la documentazione necessaria per essere in regola con la nuova normativa sulle acque potabili. Un lavoro che, se svolto per tempo e con metodo e professionalità, mette nelle mani del datore di lavoro gli strumenti necessari per una gestione utile a migliorare e rafforzare il valore della propria azienda.