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Psicologia sicurezza

Psicologia della sicurezza: fattori umani nella prevenzione degli infortuni

Quando si parla di lavoro (e quindi di lavoratori) si ha a che fare con persone, inevitabilmente caratterizzate dalla possibilità di sbagliare. Le normative e le procedure, così come le tecnologie, servono a prevenire gli incidenti, ma da sole non bastano. La perfezione non è di questo mondo e l’errore umano continua a rappresentare un elemento critico. Nel mondo del lavoro gli errori hanno ripercussioni importanti sulla sicurezza individuale e collettiva e sulla produttività. È per questo che, oltre a protocolli rigidi e dispositivi di protezione, è importante investire sulla cosiddetta psicologia della sicurezza. Comprendere i meccanismi mentali, la percezione del rischio e l’influenza dell’ambiente permette di sviluppare comportamenti sicuri e di prevenire molti infortuni.

Cosa si intende per psicologia della sicurezza sul lavoro

La psicologia della sicurezza è una vera e propria disciplina che studia e interviene sul comportamento e sui processi mentali delle persone con l’obiettivo di promuovere il benessere e prevenire gli infortuni. È conosciuta anche come Fattore Umano (Human Factor) e unisce elementi della psicologia, dell’ingegneria e dell’organizzazione. Questa disciplina analizza le interazioni tra il lavoratore e il suo ambiente per modificare i comportamenti e promuovere l’adozione spontanea di condotte sicure. La psicologia della sicurezza si fonda su tre livelli di attenzione verso i fattori umani:

  •       fattori individuali
  •       fattori organizzativi
  •       fattori ambientali

I fattori individuali – come la percezione del rischio, la memoria, l’attenzione, il carico emotivo, lo stress e la motivazione – sono quelli che definiscono la propensione del singolo lavoratore a comportarsi in modo sicuro o meno. I fattori organizzativi – comunicazione interna, pressioni legate alle scadenze, gestione delle priorità, cultura del feedback – sono quelli su cui ogni azienda dovrebbe investire per valorizzare positivamente la sicurezza sul lavoro influenzando i comportamenti dei lavoratori. Infine i fattori ambientali (ergonomia delle postazioni, qualità degli strumenti, chiarezza delle interfacce operative) sono quelli che definiscono uno spazio di lavoro progettato in maniera tale da non indurre comportamenti rischiosi anche da parte dei lavoratori più attenti.

In questa prospettiva gli errori non sono “difetti” o colpe del singolo lavoratore, ma segnali di un sistema più complesso che devono essere migliorati. Circa l’80% degli infortuni sul lavoro sono riconducibili al fattore umano. I principali sono:

  •       stanchezza
  •       affaticamento
  •       abitudini scorrette
  •       distrazione
  •       pressione produttiva
  •       comunicazione inefficiente

Conoscere e riconoscere questi fattori permette non tanto di individuare un responsabile (colpevole) ma di creare condizioni favorevoli a ridurne il più possibile il rischio che si manifestino.

La percezione del rischio

Un aspetto molto importante da affrontare e troppo spesso sottovalutato è quello legato alla percezione del rischio. La sicurezza, infatti, non dipende solo da ciò che è oggettivamente pericoloso ma, soprattutto, da come le persone percepiscono quel pericolo. Il rischio percepito è un fenomeno cognitivo complesso, influenzato da elementi cognitivi, emotivi, culturali e sociali, che indirizza i comportamenti di fronte a decisioni che comportano rischi potenziali. Ci sono diverse ragioni per cui ciò che è pericoloso non viene sempre percepito come tale.

Le persone non si affidano solo ai dati e alle probabilità, ma anche a reazioni istintive e affettive. La propensione al rischio, per esempio, è spesso influenzata dalla personalità, dai bisogni e dai valori individuali. Questo significa che la percezione del pericolo varia da persona a persona e non sempre rispecchia l’effettivo livello di rischio.

A complicare ulteriormente il quadro intervengono i cosiddetti bias cognitivi, ovvero le scorciatoie mentali utilizzate per prendere decisioni rapidamente. Tra i più comuni ci sono l’ottimismo irrealistico, che porta a sentirsi invulnerabili soprattutto tra i lavoratori più esperti, e l’euristica della probabilità, che induce a pensare che un incidente non possa verificarsi solo perché non è mai accaduto in passato. Anche l’abitudine a svolgere compiti ripetitivi può generare un eccesso di fiducia e far perdere consapevolezza del pericolo. Quando poi i danni non sono immediatamente visibili o avvertibili, come nel caso dei microtraumi o dell’esposizione a sostanze nocive, si tende a minimizzarne l’importanza.

La conseguenza è che molti dei rischi presenti negli ambienti di lavoro non vengono percepiti come tali. La sfida, quindi, non è solo informare, ma riuscire a modificare queste percezioni attraverso il coinvolgimento attivo, la formazione continua e una comunicazione che sappia parlare alla mente ma anche alle emozioni di ciascun collaboratore e dipendente. Una sfida ancora più complessa per le aziende con molti dipendenti, nei quali diventa più difficile adottare un approccio di questo tipo.

Per affrontare (e vincere) questa sfida è importante non limitarsi a un approccio passivo legato alla mera verifica degli adempimenti normativi. Da questo punto di vista può essere estremamente utile il ricorso al supporto di un consulente esterno, esperto in sicurezza sul lavoro. Il suo ruolo, tenendo conto delle peculiarità di ogni realtà aziendale, può andare dall’analisi dei comportamenti a rischio alla progettazione di interventi formativi, passando per l’introduzione di strumenti che aiutino l’azienda a valorizzare i fattori umani. Un contributo prezioso nella costruzione di un ambiente di lavoro sempre più consapevole, partecipato e proprio per questo più sicuro.

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